Macro ambiti di osservazione
Territorio e ambiente
Consumo di suolo in ambito montano
Il consumo di suolo rappresenta uno dei principali fattori di trasformazione antropica dei territori, incidendo in modo significativo sui delicati equilibri ambientali, sugli assetti insediativi e sulla qualità del paesaggio. Nei territori montani, tale fenomeno assume caratteristiche specifiche che ne amplificano la rilevanza. A fronte di un'estensione quantitativamente più contenuta rispetto alla pianura, qui gli effetti del consumo risultano spesso più intensi in ragione della fragilità dei sistemi naturali, della più limitata disponibilità di superfici "consumabili" e della forte interdipendenza tra componenti geomorfologiche, idrologiche ed ecosistemiche.
In generale, per consumo di suolo si intende la trasformazione di superfici naturali o agricole in superfici artificiali, con conseguente perdita, totale o parziale, delle funzioni ecosistemiche originarie. Rientrano in questa definizione sia le superfici impermeabilizzate (edifici, infrastrutture, viabilità), sia quelle artificializzate, ma non completamente sigillate (aree estrattive, cantieri, impianti sportivi).
Come evidenziato anche dal sistema di monitoraggio regionale, si tratta di un processo spesso difficilmente reversibile, in particolare quando è associato a forme di urbanizzazione consolidata. In questi casi, la trasformazione del suolo tende a produrre effetti duraturi sugli equilibri ambientali. Il suolo svolge infatti funzioni essenziali, quali:
- la regolazione del ciclo idrologico,
- lo stoccaggio del carbonio,
- il supporto agli habitat e alla biodiversità,
- il mantenimento della fertilità e della capacità produttiva agricola.
La sua trasformazione comporta quindi impatti sistemici che vanno oltre la semplice riduzione della superficie disponibile, incidendo sul funzionamento complessivo degli ecosistemi e sulla fornitura degli annessi servizi.
In base agli ultimi dati del SNPA, in Piemonte il consumo di suolo interessa circa 1.700 km², di cui poco più di un quinto ricade nei territori montani. Se rapportato alla superficie, il fenomeno coinvolge circa il 3% del territorio montano, contro valori prossimi all'11% nel resto del Piemonte.
Questo differenziale riflette, da un lato, la maggiore concentrazione dei processi di urbanizzazione nelle aree di pianura e nei sistemi metropolitani e, dall'altro, i vincoli morfologici e localizzativi tipici dei territori montani (pendenze elevate, altitudini e condizioni di accessibilità) che ne limitano le possibilità di trasformazione.
Il dato percentuale va tuttavia letto alla luce del fatto che una quota rilevante del territorio montano è, per caratteristiche strutturali, "non trasformabile". Ne deriva che il consumo di suolo si concentra su una porzione più ristretta di superfici effettivamente disponibili, determinando una pressione relativa più elevata sulle aree montane.
Il monitoraggio regionale distingue inoltre tra consumo di suolo effettivo o già realizzato, e consumo di suolo potenziale o pianificato, legato invece alle previsioni degli strumenti urbanistici. Quest'ultima componente assume particolare rilevanza nei contesti montani, dove le trasformazioni tendono a concentrarsi sulle medesime porzioni di territorio, generalmente le più accessibili e funzionali. In tali aree, anche quantitativi apparentemente contenuti di suolo pianificato possono infatti incidere in modo significativo, poiché interessano una quota consistente del suolo effettivamente disponibile alla trasformazione. Ne deriva un potenziale effetto cumulativo che può accentuare la pressione su ambiti territoriali già fortemente selezionati. In particolare, le porzioni di territorio montano maggiormente esposte all'espansione del consumo di suolo sono:
- i fondovalle e le aree semi pianeggianti, dove si concentrano insediamenti e infrastrutture;
- i principali corridoi vallivi, caratterizzati da maggiore accessibilità (es. Val di Susa, Ossola);
- le aree a forte pressione turistica, con sviluppo di seconde case e infrastrutture turistico-ricettive;
- alcuni ambiti appenninici, dove condizioni morfologiche più favorevoli consentono una maggiore diffusione delle trasformazioni del suolo.
Questa configurazione geografica determina elevati livelli di artificializzazione localizzata, forte competizione tra usi alternativi del suolo (insediativo, infrastrutturale, agricolo) e una maggiore esposizione potenziale proprio delle aree più strategiche del sistema montano.
Nei territori montani, la pianificazione urbanistica locale incide in modo determinante sul consumo di suolo, orientando la localizzazione, l'intensità e la forma delle trasformazioni, non sempre in coerenza con la domanda reale. In contesti caratterizzati da una disponibilità limitata di superfici effettivamente utilizzabili, tali scelte assumono un rilievo particolarmente strategico.
Si osserva tuttavia con frequenza una discrepanza tra previsioni urbanistiche e fabbisogni effettivi, con il mantenimento di ampie porzioni di suolo potenzialmente trasformabile che generano una pressione latente sul territorio. Questa condizione può favorire nel tempo dinamiche di sviluppo frammentato e disperso, soprattutto nei fondovalle, lungo le principali direttrici vallive e negli ambiti a maggiore attrattività turistica.
In questo quadro, assume crescente importanza un orientamento delle politiche locali volto a contenere le nuove espansioni e a ridurre il consumo pianificato, promuovendo al contempo il riuso e la rigenerazione del patrimonio edilizio esistente. Si tratta di indirizzi coerenti con le indicazioni di ISPRA e del Sistema Nazionale per la Protezione dell'Ambiente (SNPA), che sottolineano la necessità di modelli di sviluppo più sostenibili e aderenti alle dinamiche reali dei territori.
Come accennato, sebbene quantitativamente più contenuto, il consumo di suolo in montagna genera impatti esterni rilevanti, spesso amplificati dalle caratteristiche fisiche del territorio, fra i quali si segnalano:
- l'aumento del rischio idrogeologico: riduzione dell'infiltrazione, incremento del deflusso superficiale, maggiore instabilità dei versanti;
- l'alterazione del ciclo idrico: minore capacità di regolazione naturale, maggiore vulnerabilità agli eventi estremi;
- gli impatti ecosistemici: frammentazione degli habitat, perdita di biodiversità, riduzione dei servizi ecosistemici;
- la perdita di suolo agricolo: particolarmente critica in montagna, dove le superfici coltivabili sono di per sé limitate e spesso localizzate nei fondovalle;
- la frammentazione insediativa e paesaggistica: sviluppo di seconde case e urbanizzazione diffusa, aumento dei costi di gestione dei servizi, perdita di qualità paesaggistica.
I Parchi naturali e il sistema delle Aree naturali protette svolgono in questo contesto un ruolo importante di contenimento, ma non sempre sufficiente a compensare le pressioni localizzate.
Nei territori montani il consumo di suolo non va interpretato esclusivamente in termini quantitativi, ma valutato in relazione alla localizzazione delle trasformazioni, alla limitata disponibilità di superfici effettivamente utilizzabili e al valore strategico delle aree coinvolte.
In questa prospettiva, il ruolo della pianificazione regionale consiste nel fornire un quadro di riferimento unitario che orienti e condizioni le scelte locali verso un uso più efficiente e selettivo del suolo. Pur non disponendo di strumenti specificamente dedicati alla montagna, l'azione integrata del Piano Territoriale Regionale (PTR) e del Piano Paesaggistico Regionale (PPR) contribuisce attivamente al contenimento del consumo di suolo, agendo in modo complementare sulle dinamiche insediative.
In particolare, il PTR definisce il quadro strategico e regolativo di riferimento, stabilendo criteri e limiti alla crescita insediativa a cui gli strumenti urbanistici comunali devono adeguarsi e orientando le trasformazioni verso il riuso, il recupero e la rigenerazione urbana, in alternativa all'espansione su suolo libero.
Il PPR interviene invece sul piano della tutela e della qualità delle trasformazioni, attraverso l'individuazione di ambiti paesaggistici e componenti territoriali di valore, per i quali definisce prescrizioni e indirizzi che ne limitano e orientano le possibilità di trasformazione. In questo modo il PPR contribuisce indirettamente al contenimento del consumo di suolo, rafforzando la salvaguardia delle aree agricole e naturali. Tale azione risulta particolarmente incisiva nei territori montani, dove l'elevata diffusione di ambiti di pregio ambientali determina un'estensione più ampia delle condizioni di tutela.
Nel loro insieme, i due strumenti operano quindi su livelli distinti, ma integrati. Il PTR incide sulla dimensione strategica e quantitativa delle trasformazioni, mentre il PPR ne governa la qualità e la compatibilità paesaggistica. Nei territori montani, tale integrazione assume un rilievo ancora maggiore. Da un lato, il PTR orienta le scelte verso il contenimento delle espansioni e la concentrazione degli interventi nelle aree più idonee. Dall'altro, il PPR estende e rafforza le condizioni di tutela su ampie porzioni di territorio. Ne deriva un effetto congiunto che, pur non essendo specificamente calibrato per la montagna, tende a limitare le possibilità di trasformazione diffusa e a concentrare le dinamiche insediative su ambiti ristretti, contribuendo così a una più efficace riduzione del consumo di suolo.
- Consumo di suolo in montagna (mappa pdf non leggibile con strumenti assistivi)
- Consumo di suolo in montagna (mappa formato immagine)